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Nel 1999 sono emigrato in Trentino per lavoro e vi sono rimasto fino al 2 luglio 2000.

In questa splendida regione la natura la fa da padrona ma, ahimè, non c'e' molto per i giovani. La stessa città di Trento offre pochissimi svaghi e quindi decisi di dedicarmi allo sport.

Per quanto possa sembrare strano, in quella zona è possibile praticare qualsiasi sport, dal "banale" tennis al kitesurf passando, ovviamente per gli sport invernali quali lo sci e lo snowboard.

Non avendo mai sciato ma avendo sempre provato una fortissima attrazione per la neve, decisi di imparare lo snowboard.

Ecco qui alcuni report che all'epoca furono pubblicati su www.nevefresca.com un sito per surfisti della neve.

 

 

 Racconti di snowboard


  

Ai miei genitori, a Gjis e Mattia, compagni dei miei momenti più felici e ai surfisti che non ci sono più, traditi dalla montagna che amavano e che hanno sfidato con le loro tavole. Ora surfano con noi nel ricordo. Che abbiano pace.

 

 

                                                                                                          Francesco Lancellotta

  Prefazione

 

Questa raccolta di avventure realmente vissute parte fondamentalmente dalla voglia di condividere con quanti mi conoscono e non, le esperienze intensissime che ho vissuto negli ultimi anni sulle montagne del nord Italia.

A dire il vero lo sforzo non sempre è stato coronato da successo in quanto per avere una percezione realmente piena si dovrebbe essere lì con me in quei momenti, per leggere il piacere nei miei occhi “risucchiati” dal pendio e immersi nella luce rosa delle Dolomiti. Molti mi dicono che in quei momenti la mia voce cambia addirittura…

Con questi racconti il lettore, anche nella comodità del suo appartamento in città, potrà vivere una piccola avventura e, chiudendo gli occhi, avvicinarsi al magico mondo dei surfisti della neve.

Ma veniamo a me…

 

Ho conosciuto lo snowboard per caso nel dicembre 1999, in un affollato treno regionale della tratta Brennero-Verona.

Io, Salernitano di nascita, mi trovavo in Trentino per lavoro.

La tavola era lì, sul portapacchi dello scompartimento, totem di uno sport conosciuto dai più come “estremo” ed io la guardavo rapito, come un bambino con gli occhi sbarrati, quando il surfista pronunciò quelle parole magiche: “….se non sai sciare è anche meglio e si impara prima…”.

Da quel momento sono diventato un surfista della neve.

Oggi, dopo due anni, tiro le somme. In cosa sono cambiato? Sicuramente questo sport mi ha fatto amare la montagna più del mare, e questo è quasi assurdo per uno che è il typical  Italian…ossia mediterraneo! Ma…volete mettere il piacere di essere stupendamente abbronzati anche d’inverno???

I miei riflessi sono migliorati oltre le aspettative. Ho una capacità di concentrazione che prima non avevo, sono rapido, scattante, il mio corpo è nervoso e reattivo. La resistenza al dolore è aumentata ed è aumentato il mio equilibrio mentale.  Ho poi quasi la stabilità di un gatto, mentre prima ero un “cittadino”, uno che al massimo andava in palestra o faceva il raid domenicale in mountain bike.

Questo è lo snowboard. Più che uno sport una disciplina. Sinceramente è una parte molto, molto importante del mio mondo. Quando lego la tavola ai piedi e serro i cricchetti mi sembra di essere il re, e sono pronto ad ascoltare la voce del pendio che mi chiama.

Spero che questa voce arrivi anche a chi leggerà questi racconti.

Buona lettura e…

enjoy the ride and feel the slope under your feet!

 

Cronaca di una surfata

 Dedicato a tutti quelli che amano lo snowboard,

a quelli che non l'hanno mai provato e a quelli che non ci sopportano. Enjoy the ride.

 

Partenza ore 5,45 da Botticino Mattina (BS), prendiamo la A 22 del Brennero e dopo un po' ci lasciamo alle spalle Trento (cui rivolgo un pensiero nostalgico, citta' a me cara...) avvicinandoci rapidamente a Bolzano, ma poco prima di quest'ultima lasciamo l'autostrada e iniziamo a salire verso le Alpi.

Arriviamo a Pampeago (consorzio Obereggen, Pampeago, Predazzo in Val di Fiemme) poco prima delle 9,00 con una temperatura di -5° eccellente per surfare. Le Dolomiti ci guardano dipinte di rosa e mi aspettano. Mi butto a surfare, subito prendo confidenza con quella neve così bella, che tiene al punto giusto. Siamo in due, io e Paolo, magazziniere di Rezzato. Tutti e due utilizziamo tavole Factory morbide (full cap) da freeride, e subito siamo a nostro agio più di altri che per la maggioranza utilizzano tavole hard da velocità con coda di rondine. Intanto il sole inizia a scaldare. Lui si trattiene un po' con la ragazza, io decido di scendere fino a Predazzo. Lungo il pendio assolato scendo veloce e sulla destra noto un poliziotto (nucleo alpino) che redarguisce severamente un gruppo di quattro surfisti che volevano scendere in fuoripista nel punto dove la settimana scorsa e' morta la ragazza olandese. Rest in peace.

Il pericolo di valanga oggi e' il più alto che io abbia mai visto, non si vede nessuno in fuoripista, sarebbe un vero e proprio suicidio. Nel frattempo arrivo a Predazzo, prendo il sole e dopo circa 15 minuti di attesa alla funivia a causa del grande afflusso di sciatori, risalgo in quota a 2300 mt.

Lo zero termico si sta alzando progressivamente ed io lo inseguo.

Sopra di me incombe una delle cime più alte, a 3300 metri, ma e' irraggiungibile. Tante piccole valanghe striano la montagna e sembrano voler dire "non ci provare"...

Riprendiamo a surfare, questa volta decidiamo di puntare verso Obereggen, altro versante. Si scende molto in fretta, la pista lo consente e siamo caldi, le nostre tavole filano veloci e ci lasciamo alle spalle parecchi sciatori meno esperti. Surfiamo spaziati di venti metri come da norme di sicurezza.

Sono felice, tutto e' perfetto e il mio corpo risponde ottimamente. La mente e' veloce nel calcolare le traiettorie e non sbaglio mai. In alcuni momenti mi sembra che la tavola sappia come andare, con una fluidità che mi meraviglia. Forse le mie gambe sentono che sono di nuovo nello splendido Trentino e ne sono felici. Tutto intorno a me abeti secolari e tracce di leprotti nella neve mentre il sibilo della tavola sulla pista mi fa compagnia. Descriviamo ampie curve molto veloci, riducendo l'angolo in uscita per non perdere energia.

Intanto siamo giù a Obereggen, il tempo di prendere una cioccolata calda e poi di nuovo a surfare, sotto un sole caldissimo.

Stasera gli occhi mi bruciano, ma sono contento della bella giornata che ho passato e che difficilmente dimenticherò. Lo snowboard mi regala sensazioni molto personali che difficilmente si possono condividere, ma spero che con questa mia lettera vi abbia almeno trasmesso un brivido.

Francesco Lancellotta

Former member of Trento Snowboard Team, now in Botticino Mattina Ski Club.

 Plan de Corones e... le condimeteo avverse!
12 Mar 2001

Plan de Corones è un enorme panettone ricoperto di zucch... pardon, ricoperto di neve e si trova in Alto Adige (Sud Tirol per gli autonomisti...).
Da sempre costituisce un “must” per ogni surfista (leggasi snowboarder) e quindi volevo anch'io la mia chance. Più precisamente siamo al margine nord del famoso e colossale Dolomiti Superski che può vantare 1240 km di piste, come da Milano a Cosenza... roba da far paura, ma da provare almeno una volta nella vita, anche solo per dire “ci sono stato”.
E allora prendo anch’io la mia chance.
Partenza anticipata alle ore 5,00 (sic!) da Botticino Mattina, prima cintura di Brescia.
Già dal tratto in autostrada si capisce che sara' una giornata no.
Piove, e l’intensità aumenta man mano che si procede verso nord. Quel che è peggio, la temperatura non va sotto zero...brutto segno.
Superata Bolzano siamo praticamente da soli in autostrada, e questo la dice lunga...
Stavolta non dispongo della squadra con cui ho surfato 15 giorni fa, uno splendido wolfpack di 7 snowboarders di Verona, ma fa nulla, io mi adeguo.
Arrivati a Kronplatz blocco due austriaci e chiedo loro se in quota piove... mi rispondono che nevica... fiuhhh!!! Meglio questo che la pioggia.
Mi proietto nella cabinovia a sei posti e iniziamo a salire. Altri quattro surfisti tedeschi salgono con me. Tre di loro sono splendide teutoniche....Nel frattempo sotto di me inizia a scorrere il paesaggio cui sono ormai abituato: neve, abeti e tracce di animaletti selvatici che durante la notte cercano del cibo sotto alla funivia.
Poi ancora neve.
La pace ci avvolge, si sente solo lo scorrere del cavo sulle pulegge. Ma è un suono dolce, almeno per le nostre orecchie perché il cavo ci tira in alto.
L’adrenalina inizia già scorrere, ci guardiamo in silenzio e sappiamo già cosa sta provando il compagno. Non c’è alcun bisogno di dirlo, è questo il bello. Se ci fosse anche il sole sarebbe il non plus ultra, ma va bene lo stesso.
In pochi minuti siamo a quota 2275, lasciamo la funivia e siamo sul pianoro.
E’ freddo, c’è un vento ghiacciato e non si vede molto. Sinceramente è choccante. Mi aspettavo qualcosa di molto diverso e per fortuna sono coperto, in tenuta da fuoripista!
Comunque non mi perdo d’animo e allaccio la tavola ai piedi. Fatti gli ultimi controlli al cavetto di sicurezza e ai cricchetti inizio la prima discesa.
La pista è strana, in realtà tutto il “montarozzo” è una pista battuta dai gatti (gatto delle nevi: non felino domestico ma felino cingolato atto a spianare le piste...), per cui si è liberi di scegliere da quale lato scendere. Io provo il versante nord e inizio con una lunga serie di “S” in maniera da rallentare un po’ e vedere come butta, ma non mi piace.
C’è nebbia, troppa, e cade una pioggia ghiacciata che sferza la faccia. A volte le gocce sembrano spilli. Nonostante l’abbigliamento molto protettivo mi sento a disagio. In certi tratti sono solo e ho paura di perdermi. La visibilità è pessima, la neve è una pappa e mi sfianca. C’è solo un breve tratto che mi regala un piacere particolare: durante la notte è caduta un po’ di neve ed io surfo su questo strato immacolato, che tiene meglio perchè sotto c’è neve dura. Ma è un piacere che dura poco, giusto 300 metri.
Dopo un po’ (circa 20 minuti) sono alle falde di Plan de Corones; prima di riprendere la seggiovia guardo perplesso la temperatura qui a valle: 0 gradi.
Mentre risalgo dico a me stesso che l'inverno non può finire così e che avrò un’altra chance.
Ma non so se crederci...

 

Stato di euforia

 Nessuno puo' capire cosa sia lo stato di euforia da alta quota a meno di provarlo.

E' un mix tra uno stato di grazia e un senso di potenza molto forte. Molte volte l'ho provato, e lo ricordo come fosse ora: cima Palon, quota 2050, prima di scendere dal "muro"; passo del Groste', quota 2520, ai margini dell'half pipe e, chiaramente, in altre occasioni. Provare a descriverlo e' difficile.

In questo stesso istante e' come un flash, lo rivivo e scrivo d'impulso.

Tu sei lì, sei appena sceso dalla seggiovia e vedi le nuvole sotto di te, laggiù in basso.

E poi quella linea, quella linea netta, di un bianco sporco che delimita il cielo, nel quale ora sei,
superiore come un falco, in attesa di scendere. Prendi fiato, guardi gli altri che cercano il loro momento e poi vanno.

Li osservi. Pensi che se sbagliano ora, la racconteranno, sì, ma con qualche “graffio”. Li vedi curvare, al limite. E devi controllare questo stato di euforia che ti fa respirare profondamente, e che a ogni boccata aumenta. Stai iperventilando…

Viene il tuo turno, non parli, lo sguardo e' fisso al pendio. Fino a pochi momenti prima ridevi, ora in circolo c'e' l'adrenalina, di quella pura, che scorre a fiumi e non puoi far niente. E' un attimo, lo scalino e' varcato, per una frazione di secondo fluttui nel vuoto, poi  senti subito il grip della lama che incide la neve, ghiacciata.

In quel momento hai la percezione di tutto il tuo corpo, anche del mignolo e  della punta dei capelli. Non e' una esagerazione, lo senti e basta. Il sibilo, poi scarrelli, poi di nuovo la curva, la lama che incide e in cuor tuo, mentre stai gia' pensando a come impostare la prossima curva, preghi che la lama, quella maledetta lama da cui dipende il piacere o il dolore, tenga.

Questo e' ciò che provo, ogni volta che vado in quota.

Non so se sono un pazzo ma non mi giudicate.

E sapete che vi dico? Dio non voglia che io paghi un pilota per l'heliski. Chiederei troppo alla mia stella.

Be a lone star.

 

La caduta

Di cadute ne ho prese tante e le piu' brutte le ricordo tutte, soprattutto le botte che ho preso in Trentino, quando ben tre volte per il dolore provato ho visto grigio con i pallini rimanendo quasi esanime sulla pista, e chi ha avuto la stessa sorte ha già capito quello che intendo. Tutte le volte mi e' andata bene, ho sempre analizzato l'azione e trovato l'errore. Ma quella di gennaio, prima caduta di quest'anno, la voglio raccontare perche' non e' "nobile", non faceva parte del gioco e non e' servita a nulla.

Maniva, piccolo resort sciistico a nord di Brescia, 28 gennaio 2001.

Sole, ottima visibilita', temperatura molto al di sotto dello zero, i locals mi dicono che durante la notte e' scesa a -15°.

Sono solo, inizio a surfare.  E' quel momento magico in cui inizi a prendere confidenza, in cui ti riscaldi.
Nel sottopassaggio di transito (due metri di larghezza neanche) sotto il doppio skilift un deficiente sugli sci mi supera e quasi ci sfracelliamo in due. Le mura sono in cemento armato grezzo, (slow down!) ma a lui frega poco, tanto deve dimostrare di essere veloce, uno in gamba che poi alle 12 va a casa a mangiare la pasta al forno perchè dopo ci sono le
partite. Prego che la moglie gli stia rendendo il benservito mentre lui scia...e gli grido
la prima cosa che mi viene in mente, poi va, cafone contento. Ma basta quel poco per farmi perdere la concentrazione. Odio il rischio causato dagli altri, soprattutto se hanno l'intelligenza di uno scarpone.

Parto e inizio la discesa. Dopo 200 metri decido che la neve vergine ai
bordi della pista e' invitante ma mi accorgo troppo tardi che e' tutto una crosta di
ghiaccio, non ho controllo, di botto quel ghiaccio si crepa e la tavola che ho sotto i piedi si pianta di naso!

No brakes.

Volo, salto mortale, ricaduta sul lastrone...la botta, la neve che si stampa sulla faccia e la confusione.

Dolore, paura. Poi il silenzio.

E quel caldo sulla mia guancia. Mi tocco, poi il rosso e la neve, bianca, che si tinge...
Panico.
Respiro veloce. Mi guardo attorno: solo.

Poi realizzo: tre graffietti, zigomo destro; brucia ma poteva andar peggio.

Il ghiaccio taglia, ora lo so. E fa male. Lo sapevo già.

Ora respiro piano e ho paura di non sentire il dolore alle gambe perchè sono caldo. Slaccio la tavola con cautela, via anche il cavetto di sicurezza. Poi mi alzo, libero.

Ancora una volta sono a posto e quasi non ci credo.

A mai più, Maniva.

 

La seconda stagione

 Sono arrivato quest’anno alla fine della mia seconda stagione di snowboard. Mi rimangono ora le foto e la tavola che, immobile nella mia stanza, riposa appoggiata al muro e sembra quasi che mi chieda: “…a quando di nuovo sulle Alpi?”. Eh, nessuno lo puo’ dire! Forse a fine mese, forse a giugno, sul ghiacciaio, una esperienza che non ho mai fatto.

Che strano. Fino a pochi anni fa non pensavo proprio alla neve, anzi, giugno, luglio e i mesi estivi erano per me, bambino, lo spartiacque tra una stagione scolastica e l’altra. E segnavano l’inizio della liberta’, delle scorribande estive. E poi il mare, mio amico, che mio padre a fine agosto mi faceva salutare, con tristezza. Ho ancora adesso ricordi molto nitidi…

E siamo a oggi. Fiuto l’aria dal balcone e ho davanti a me la pianura padana. Il pennacchio di fumo dell’enorme waste-burner di Brescia 2 mi indica la direzione del vento, il suo lampo ghiaccio mi ricorda che sono in una moderna citta’ industriale. Ma il mio sguardo va oltre…

A nord le colline, poi le Prealpi. E tutto sembra essersi invertito. Il mio riferimento ora e’ l’inverno, gravido di neve e non piu’ triste, perche’ oltre i 2000 c’e’ il sole che bacia il viso di noi surfisti.

Come ogni giorno girando nella mia camera do’ un’occhiata alle due foto piu’ belle che ho. In una Mattia e Gjis mi guardano sornioni. E’ un momento felice, quello: siamo insieme sul Palon Alto e due di noi (io e Mattia) hanno imparato da poco la noble art dello snowboarding. Di li’ a poco scenderemo in quel tratto micidiale e veloce che e’ il “muro” del Palon. Nell’altra ci sono io, che in piena velocita’ viro per evitare Mattia il quale, sdraiato, deve immortalare quell’attimo su mia richiesta.

Un giorno, forse, surferemo di nuovo insieme. Who knows?

Nell’attesa le due foto richiamano in me antiche emozioni mai sopite. Io, uomo bambino, ci sono.

Enjoy the ride.

 

Sicurezza, prima di tutto

 Lo snowboard consente di provare piaceri davvero forti, ma il rovescio della medaglia e’ che il rischio puo’ essere davvero grande. Pertanto e’ quanto mai opportuno essere preparati sia psicologicamente sia con opportune protezioni che la tecnica mette a disposizione.

Analisi dei rischi e possibili soluzioni:

1)     Il problema in assoluto statisticamente piu’ ricorrente e’ la frattura del polso (scafoide). Essa e’ dovuta per lo piu’ a banali cadute che non avrebbero alcuna conseguenza se solo si osservassero alcune precauzioni quale ad esempio quella di utilizzare guanti antifrattura con wrist-lock ossia blocca polso, un po’ come quelli utilizzati dai ragazzi che pattinano sul ghiaccio. Il costo purtroppo e’ elevato, ma oggi in commercio ci sono dei prodotti molto validi, traspiranti e relativamente leggeri. La frattura del polso e’ sempre in agguato, soprattutto quando si prova la tavola per gioco o per vedere se piace. In quei momenti non si pensa minimamente al rischio e invece la tavola scarrella sotto i piedi sbilanciando l’aspirante surfista. Purtroppo in due anni ho visto svariati polsi rotti e la cosa non fa mai piacere, si tratta pur sempre di ragazzi che come me sono andati sulla neve per divertirsi…

Mai risparmiare sui guanti, follow me!

2)                 Contusioni al coccige (osso sacro). Quest’altro tipo di lesione e’ molto ricorrente ma con esiti (per fortuna) meno infausti di quelli di cui al punto 1). Piu’ in particolare e’ molto facile che durante la caduta la prima parte ad atterrare sia il “posteriore” poiche’ viene quasi istintivo abbassare il proprio baricentro e scivolare sul sedere. Ci si puo’ proteggere egregiamente con protezioni morbide da motociclista purche’ siano traspiranti e consentano i rapidi movimenti tipici del nostro sport.

3)                 Frattura del femore/bacino. E’ questa l’ipotesi piu’ grave. In effetti so per certo che si sono verificati molti incidenti di questo tipo ma si tratta (in tutti i casi) di gente che osava troppo. L’unica protezione qui adottabile e’ di tipo motociclistico. Ma mi preme ricordare che bisogna avere sale in zucca e non chiedere troppo a se stessi. Gli alberi sono duri, piu’ del femore…

4)                 Freddo. Ebbene si, anche se quando si surfa l’adrenalina non ci fa sentire il  freddo non dobbiamo dimenticare che le temperature cui siamo esposti non sono quelle cui siamo abituati. Spesso si parla di –15° Celsius… E allora utilizziamo giacche resistenti che siano traspiranti, bene imbottite, leggere e che diano massima liberta’ di movimento. Alcuni modelli hanno in dotazione un cappuccio imbottito che a mio avviso e’ il massimo della sicurezza in caso di incidente poiche’ nell’attesa dei soccorsi tiene ben calda la parte posteriore della testa, che e’ la parte preposta alla regolazione della temperatura corporea.

Mi permetto poi di consigliare assolutamente giacche che siano antivento e antipioggia. Molti materiali rispondono pienamente a questi requisiti: cordura ®, goretex ® e altri. Ormai i prezzi sono alla portata di tutti, con prodotti molto validi.

Prima di chiudere vorrei sottolineare un aspetto fondamentale. Non si creda che l’uso delle protezioni porti il rischio a zero. L’imprevisto e’ sempre in agguato. Ho visto persone rimanere agganciate alla seggiovia, colpite dai sedili di alluminio, altre volare fuori dalla pista, sempre per banali distrazioni. Quando si e’ sulla pista a 2000 metri cio’ che conta e’ la “pulizia” mentale. La concentrazione deve essere assoluta altrimenti si e’ pericolosi per se e per gli altri. E poi mai strafare. La politica giusta e’ quella dei piccoli passi. Ho visto gente senza cervello raggomitolarsi sulla tavola per acquistare velocita’, ho visto altri tentare di superare sciatori sul “muro” a Pampeago…con effetti disastrosi (sic!) tipo corsa al massacro. Quando si e’ lassu’ si e’ soli. E in un attimo la felicita’ puo’ trasformarsi in pianto.

Keep in mind. Do not trespass your limits and don’t go faster than your guardian angel can fly.

 

 


 

Biografia dell’autore

 

Francesco Lancellotta nasce a Salerno nel 1972. Studia giurisprudenza nelle Marche e conseguita la laurea torna nella sua città natale, poi si sposta di nuovo per lavoro nell’Alto Maceratese, in seguito a Trento e, infine, in Lombardia a Brescia.

Innumerevoli le conoscenze fatte nel suo viaggio attraverso l’Italia. Luoghi e persone lo accompagnano col ricordo.

Avvocato, è oggi Funzionario Ispettore del Lavoro presso il Servizio Ispezione del Lavoro di Brescia.

Salutista, preferisce uno snowboard pulito, libero dagli stereotipi del surfista “sballato” o beone.

Ex socio del Botticino Mattina Sci Club era purtroppo uno dei soli tre surfisti su un totale di 200 soci sciatori. Predilige le piste del Trentino e dell’Alto Adige e adora fare squadra con altri riders.

Dal settembre 2001 si cimenta nel surf da onda seguendo un corso tenuto da istruttori della BSA (British Surfing Association), la più potente federazione d’Europa, e nel 2002 consegue il livello classificato “intermediate” a Newquay, Southwest of England.

A tutt’oggi surfa con una 7.6 nelle poche occasioni in cui il Mediterraneo glielo consente. La sua tavola è una Roberto Ricci Designs ma la sua preferita è la 8.2 shapata da Nigel Simmens (Ocean Magic) con cui surfava in Cornovaglia…